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L'implantologia
Col prof. Piero Balleri, docente di Paradontologia all'Università di Siena, parliamo della salute della nostra bocca in particolare dell'implantologia, una metodica in grado di garantire eccellenti risultati soprattutto con pazienti che presentano una edentulia parziale o totale


prof. Piero Balleri, docente di Paradontologia all'Università di SienaLa perdita dei denti comporta diversi problemi al paziente. Non sono compromesse solo l'estetica o la funzione masticatoria ma non è da sottovalutare l'aspetto psicologico, si può avere perdita della confidenza e difficoltà nella vita di relazione.
Restituire al paziente tutto questo è la principale e più impegnativa sfida che l'odontoiatra si trova ad affrontare quotidianamente. Ormai da oltre 30 anni in sostituzione di elementi dentari perduti è disponibile l'implantologia, una metodica nata in Svezia quasi 50 anni grazie alle ricerche del dr. Branemark. Nel corso dei suoi esperimenti , vide che l'osso dell'organismo ospite s'integrava perfettamente con i manufatti costruiti con un nuovo materiale, il titanio, tanto da renderne impossibile la rimozione. Da queste osservazioni partì lo sviluppo, con metodi scientificamente rigorosi, di quello che è tutt'ora il fondamento teorico dell'implantologia, l'ostointegrazione, cioè l'inserimento di questi piccoli pilastri in titanio puro, perfettamente tollerati dall'organismo, che si inseriscono nell'osso mascellare o nella mandibola.

La loro funzione è quella di sostituire le radici dei denti che sono state precedentemente estratte, su queste radici artificiali il dentista può fissare le corone, i ponti o le protesi rimovibili. Il grande merito di Branemark fu quello di studiare con rigore i meccanismi più intimi della guarigione ossea come l'istologia e le reazioni alla presenza di materiali estranei all'organismo e questo gli permise di mettere a punto un sistema o protocollo operativo che è poi la strada per il successo implantologico. Un trattamento che da i migliori risultati nei casi di pazienti con edentulia parziale o totale; in pratica quando ci sono più denti da rimettere. I risultati clinici della implantologia sono molto positivi e si va da una percentuale di successi del 94% per l'arcata superiore e 98% per quella inferiore. Inoltre è una metodica sempre in continua evoluzione e anche negli ultimi tempi sono emerse alcune importanti novità come una nuova metodica basata sulle cellule staminali che consente all'osso di rigenerarsi da solo.

"Quello di una base ossea insufficiente, e quindi non in grado di garantire la dovuta stabilità degli impianti in esso inseriti è stato, in passato, uno dei più grossi problemi dell'implantologia - spiega il prof. Piero Balleri dell'Università di Siena Docente di Paradontologia - La questione riguarda in particolare l'arcata mascellare superiore, a causa della presenza delle cavità pneumiche, che toglie spazio al tessuto osseo. Capita così che l'osso residuo non sia in grado di ricevere gli impianti in numero adeguato e con la lunghezza necessaria". Per ovviare all'inconveniente, sono state messe a punto ormai da diversi anni varie tecniche, che mirano a una nuova formazione ossea che consistono nel effettuare un innesto di osso tra l'osso residuodell'arcata mascellare e la membrana sinusale, ossia la membrana che delinea la cavità pneumica. Il tessuto necessario all'innesto viene di solito prelevato da siti donatori, come il mento od il ramo mandibolare del paziente stesso. Con la nuova metodologia tale innesto osseo non è più necessario, dato che è lo stesso tessuto dell'arcata superiore a "rigenerarsi" e a creare la formazione di un nuovo osso.

"Tutto questo è possibile - precisa sempre Balleri – perché abbiamo visto che creando uno spazio tra membrana sinusale e osso residuo, si dà la possibilità alle cellule staminali mesenchimali presenti nel coagulo sanguigno che qui si viene a raccogliere, di trasformarsi in osteoblasti, le cellule che produrranno nuovo osso. In un'unica seduta, in anestesia locale eventualmente associata a una leggera sedazione, viene aperta una "finestra" ossea in corrispondenza della membrana sinusale, che viene scollata e innalzata - spiega lospecialista - quindi, al di sotto,utilizzando i pochi millimetri di osso in genere presente, vengono inseriti due o tre impianti, la cui funzione è quella di tenerla sollevata, un po' come se fossero dei supporti che sostengono una tenda. Con dei punti di sutura, viene poi richiusa la gengiva".

Perché l'osso si ricrei completamente sono necessari in genere 12 mesi e dopo questo tempo, gli impianti vengono nuovamente portati alla luce e su di essi vengono inseriti i denti definitivi. La tecnica viene generalmente applicata nei casi in cui i denti sostituiti siano premolari o molari, e il resto della dentatura si presenti sana. I tempi relativamente lunghi dell'intera procedura sono compensati dal vantaggio di una minore invasività per il paziente, a cui viene "risparmiato" l'intervento chirurgico che sarebbe necessario per il prelievo osseo da un sito donatore. Il post-operatorio, invece, non si differenzia da quello delle altre tecniche implantologiche. "Trascorso il tempo necessario per la formazione del nuovo tessuto osseo – conclude il prof. Piero Balleri – i risultati si possono verificare anche grazie ad una nuova sofisticata indagine:l'analisi della frequenza di risonanza dove si verifica l'effettiva stabilità degli impianti e si valuta se la situazione è davvero ottimale per l'applicazione dei denti definitivi".

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